giovedì 29 luglio 2010

Braga - Celtic 3-0

Celtic al primo esame della stagione contro un avversario sicuramente abbordabile ma ricco di entusiasmo e di qualche buona individualità, una squadra che pratica un bel gioco.

Cosa ci si aspettava dai Bhoys? Io direi una prova positiva, indipendentemente dal risultato.

Il 3-0 è maturato tramite tre episodi (rigore dubbio, errore difensivo sul corner, indecisione di Zaluska su punizione da oltre 30 metri) derivanti da calcio da fermo ma quello che mi preoccupa è il modo in cui si è giocato ieri sera.

Partiamo dagli alibi:

- siamo ancora una squadra in costruzione, vero ma anche il Braga lo è;

- siamo fuori condizione, peccato che pure il Braga non è che sia rodatissimo atleticamente, anzi dovremmo essere noi quelli avanti di preparazione;

- poca esperienza in campo europeo, ma anche qui il Braga non è che stia messo meglio, anzi;

- abbiamo preso gol su calcio da fermo, tutto vero ma gli episodi bisogna anche sfruttarli, le marcature sul corner erano da calcio amatoriale se non peggio.

Il Braga è stato piuttosto inconcludente ed è per questo che resta l’amaro in bocca, perché i portoghesi con un po’ più di cattiveria avrebbero potuto segnare altri gol ma hanno palesato i loro limiti in modo piuttosto evidente, non siamo riusciti a sfruttarli prestando anzi il fianco con tutti i nostri errori in ogni fase di gioco.

Il primo tempo è stato imbarazzante, con la squadra incapace di fare più di 2-3 passaggi in fila, verticalizzando solo con lanci lunghi per un Samaras isolato in avanti ma impossibilitato a fare a sportellate con i difensori avversari.

Nel secondo tempo si è giocata un po’ di più palla a terra ma in pieno Strachan style, ovvero un possesso palla sterile ed inconcludente, teso quasi più a conservare un risultato negativo anziché a recuperarlo.

Senza fare pagelle, facciamo un po’ di considerazioni sui singoli.

ZALUSKA: era sembrato sicuro fino al gol finale ed è un peccato aver rovinato tutto in quel modo, a parametro 0 ci sarebbe Hildebrand, farci un pensierino non sarebbe male anche se il polacco una seconda chance la merita ;

CHA DU RI: credo che l’unico cross dalle fasce sia stato suo, peccato che questo non sia il suo punto forte, mi è parso spesso fuori posizione, risucchiato verso il centro;

MULGREW: credo che a questi livelli Charlie non possa giocare, sempre fuori posizione, insicuro, timoroso;

LOOVENS: non so davvero più come insultarlo, becca un cartellino giallo inutile, regala un gol ed un paio di occasioni agli avversari, intesa col compagno di reparto inesistente;

HOOIVELD: lo puntano e lui si fa saltare sistematicamente, qualche pezza la mette, avrebbe bisogno di un centrale più autoritario vicino a lui;

LEDLEY: ho già allertato il programma televisivo “Chi l’ha visto?”, non trova mai la posizione in campo;

MALONEY: credo dovesse fare da raccordo tra la mediana e l’attacco supportando Giorgione ma è costretto a tornare indietro prendere palla spalle alla porta, rendendosi così inutile, ma non è colpa sua;

KI: lui è bravo, ma non ha le stimmate del regista, spesso non si fa vedere a sufficienza dai compagni i quali buttano la palla in avanti a casaccio, benino con il pallone tra i piedi ma nessuno si faceva vedere;

BROWN: ci mette la tigna, secondo me è una buona idea metterlo a destra ma anche lui ha faticato a trovare la posizione, non credo abbia ben capito cosa Lennon voleva da lui;

JUAREZ: è un giocatore tatticamente utile e si sbatte, ma se la squadra non gira lui non ti fa i miracoli, molto confuso e confusionario;

SAMARAS: primo tempo in cui non la becca mai, schiacciato dai centrali di difesa avversari, nel secondo tempo ci lascia senza riferimento offensivo visto che come al solito si mette a sinistra per ricevere palla e combinare qualcosa.

MURPHY e FORREST: non era la loro partita anche se si sono impegnati davvero tanto, mai e poi mai sarebbero dovuti entrare, eravamo troppo in difficoltà.

LENNON: io continuo a non vederlo come allenatore, ma visto che ricopre questo incarico lo devo trattare come tale.

Credo sia uno Strachan meno bravo, da come ha schierato la squadra mi viene da pensare che volesse portare a casa un pareggio, la linea mediana era attaccata a quella difensiva, con il risultato che sono stati buttati un sacco di palloni in avanti senza costrutto, non ha fatto nulla per porre rimedio al pressing avversario sui nostri difensori, i cambi sono stati quantomeno discutibili anche perché rischia di “traumatizzare” due ragazzi giovani che non meritano ancora queste batoste.

La formazione iniziale non mi convince, inutile mettere centrocampisti che si inseriscono se davanti non c’è nessuno ad aprire spazi ed in questo senso è da codice penale non aver dato fiducia a Fortunè.

Poi è chiaro che è semplice parlare con il senno di poi, ma quel che si è visto ieri ha rasentato il raccapricciante.

Come detto il Braga ha dimostrato di essere una squadra dinamica e brava nel possesso palla, ben schierata in campo.

Il loro allenatore ha stravinto il duello con il nostro e nulla lascia presagire una riscossa dei nostri la prossima settimana.

La squadra pare essere sfiduciata e poco preparata, solo un pubblico trascinante ed un paio di episodi benevoli potrebbero cambiare le cose ma è meglio rassegnarci, sperando che a breve le cose miglioreranno non di poco.

giovedì 8 luglio 2010

Vintage

Chiedo scusa in primis per l’assenza piuttosto prolungata, ma qualche problema di salute mi ha tenuto lontano dal blog e sinceramente non ci sono particolari riflessioni da fare visto che per l’ennesima volta il club ha lasciato circolare miliardi di voci su possibili acquisti, provocandone quindi lo slittamento o addirittura l’annullamento (ad eccezione di quello del coreano Cha Du Ri, ne parlerò in futuro).

Scrivo quindi un pezzo un po’ amarcord pregno di amare riflessioni, spero di non tediare nessuno.

La mia generazione, quella dei 30enni o giù di lì, ha avuto la fortuna/sfortuna di vivere gli anni 80 (fortuna per averli vissuti, sfortuna perché eravamo solo bambini e non abbiamo potuto goderceli appieno), i quali hanno avuto il merito di allontanare l’Italia e molte altre nazioni da quell’atmosfera politica pesantissima che si respirava per le strade.

Ad ogni modo non intendo parlare o giudicare quel preciso periodo storico enunciandone pregi e difetti (prendete un qualsiasi nostalgico-comunista e questi troverà diversi lati negativi di quegli anni, molti dei quali peraltro condivisibili), bensì fare un parallelo calcistico tra ciò che accadeva 20/30 anni e ciò che accade ora.

In qualche articolo precedente devo aver già accennato la cosa ed intendo riproporla.

Come detto inizialmente, le generazioni sopracitate ricorderanno con piacere squadre sorprendentemente competitive come Anderlecht, Mechelen e Steaua, l’Aston Villa sul tetto d’Europa, la finale di Coppa delle Coppe tra Man U e Barcellona (doppietta del sublime Mark Hughes, classica vendetta dell’ex), il New Firm in Scozia e tanti altri incontri, episodi, aneddoti e giocatori da far crescere la nostalgia per il calcio che era.

I Campionati del Mondo erano l’occasione per vedere tutti quei giocatori sconosciuti, chiacchierati o attesi ed al termine di ogni edizione tanti giocatori emergenti andavano a militare in campionati più remunerativi e prestigiosi.

Passate un paio di decadi abbondanti le cose sono cambiate grazie all’ampia copertura televisiva e web dei diversi campionati e grazie anche (se non soprattutto) alla sentenza Bosman.

In soldoni, un qualsiasi appassionato può seguire stabilmente i campionati esteri apprezzandone i vari giocatori e soprattutto questi giocatori arrivano a bizzeffe nei campionati europei o si spostano liberamente all’interno di essi (se non erro, negli ultimi dieci anni dalle Americhe sono arrivati nel Vecchio Continente circa 7.000 giocatori).

Finiscono così i romanticismi e scopriamo un calcio diverso, aziendale, poco propenso al rispetto del valore storico dei club, delle loro tradizioni e delle loro radici e così cambiamo anche noi tifosi e ci scopriamo nudi, senza quell’ardore e quella fede incrollabile che tiriamo fuori solo quando si vince, finalizzati al risultato e non a come esso venga raggiunto.

Non ho mai sopportato l’inter e non ne ho mai fatto mistero, eppure 20 anni fa era una squadra rispettabile.

I 58 punti, il 6-0 a Bologna, le sabongie di Matteoli, i 26 gol di Serena e l’Uomo Ragno tra i pali oltre all’asse tedesco-argentina costituiscono numeri e ricordi scolpiti nella storia per la loro purezza, per la loro genuinità e hanno un significato immensamente maggiore dei trofei vinti a raffica negli ultimi anni, con giusto un paio di elementi in rosa a conoscere il significato di quella maglia nerazzurra ed il valore storico del club.

Eppure il tifoso non se ne cura, il passato glorioso viene cancellato da un presente vincente e poco importa il fatto che molti trofei siano giunti in modo sporco o quantomeno eticamente discutibile, conta il risultato e questo discorso vale anche per i tifosi delle altre squadre.

Il patrimonio morale del tifoso è andato perso nel corso degli anni, nei quali i club si sono disinteressati alla propria storia, trasformando il supporter in un cliente esigente e perennemente insoddisfatto, in grado di apprezzare il solo conseguimento di un risultato positivo.

Ormai i tifosi di squadre non blasonate o vincenti si stanno riducendo sempre di più e ciò non mi sorprende.

Il tifoso, quello vero, si nutre di emozioni ed è un sognatore con una fede incrollabile fino a quando il suo sogno viene alimentato ed è in questo che il calcio è cambiato in peggio.

Tolta la possibilità al Verona di turno di vincere quell’unico, fottuto, impronosticabile scudetto per poi affrontare la sfida di Davide contro Golia (al secolo: Verona – Real Madrid) si è tolta la magia del calcio, si è trasformato il tifoso da bambino sognatore ad astuto opportunista, pronto a salire sul carro dei vincitori per poter gioire di tanto in tanto.

Esistono ancora isole felici, come Bergamo, Firenze e la terra d’Albione, nelle quali i club sono ancora visti come espressioni del territorio e mantengono un legame affettivo con il tifoso, conscio di essere al contempo un cliente.

Ma il processo, irreversibile, è ormai in atto e nessuno si salverà, neppure il Rochdale ed i suoi meravigliosi tifosi, ricompensati solo quest’anno dopo 35 anni senza emozioni, pieni di calci nelle palle (come dicono i tifosi del Dale).

Abituiamoci a veder festeggiare scudetti in lingue straniere, da squadre composte quando va bene da bravi professionisti, pronti a fare le valigie nel momento in cui la loro professionalità verrà meglio retribuita o sfruttata altrove.

Il Celtic non fa eccezione, anche se le sfaccettature sono diverse.

La storia bianco verde insegna che i supporter dei Bhoys hanno sempre saputo accettare il forestiero, il protestante, il meticcio ma il problema non è culturale o razziale.

Il punto focale della questione è che forse il Celtic (per quanto sia comunque una semplice squadra di calcio, non dimentichiamolo) è il club con più storia extra sportiva (lasciando perdere le stronzate su politica e religione, mi riferisco all’orgoglio) alle spalle, la cui maglia ha un significato davvero storico e di grande caratura ed è per questo che se ne pretende(va) il massimo rispetto.

Chi giocava per il Celtic doveva avere un certo atteggiamento in campo e magari anche fuori, pregno di orgoglio.

Tutto però è cambiato negli anni e la colpa non va solamente addossata alle varie dirigenze alternatesi alla guida del club, anche i tifosi hanno fatto la loro parte.

In particolare mi riferisco a quei tifosi che hanno politicizzato una squadra di calcio e trasformato una rivalità già molto sentita in guerra di trincea aggiungendo motivazioni extracalcistiche delle quali non se ne sentiva il bisogno.

Per una insensata guerra cittadina stiamo perdendo prestigio, storia, competitività e stiamo compromettendo il futuro, non consentendo al club di pianificare le proprie strategie, rendendolo prigioniero di tifosi incapaci di accettare una sconfitta…