giovedì 8 luglio 2010

Vintage

Chiedo scusa in primis per l’assenza piuttosto prolungata, ma qualche problema di salute mi ha tenuto lontano dal blog e sinceramente non ci sono particolari riflessioni da fare visto che per l’ennesima volta il club ha lasciato circolare miliardi di voci su possibili acquisti, provocandone quindi lo slittamento o addirittura l’annullamento (ad eccezione di quello del coreano Cha Du Ri, ne parlerò in futuro).

Scrivo quindi un pezzo un po’ amarcord pregno di amare riflessioni, spero di non tediare nessuno.

La mia generazione, quella dei 30enni o giù di lì, ha avuto la fortuna/sfortuna di vivere gli anni 80 (fortuna per averli vissuti, sfortuna perché eravamo solo bambini e non abbiamo potuto goderceli appieno), i quali hanno avuto il merito di allontanare l’Italia e molte altre nazioni da quell’atmosfera politica pesantissima che si respirava per le strade.

Ad ogni modo non intendo parlare o giudicare quel preciso periodo storico enunciandone pregi e difetti (prendete un qualsiasi nostalgico-comunista e questi troverà diversi lati negativi di quegli anni, molti dei quali peraltro condivisibili), bensì fare un parallelo calcistico tra ciò che accadeva 20/30 anni e ciò che accade ora.

In qualche articolo precedente devo aver già accennato la cosa ed intendo riproporla.

Come detto inizialmente, le generazioni sopracitate ricorderanno con piacere squadre sorprendentemente competitive come Anderlecht, Mechelen e Steaua, l’Aston Villa sul tetto d’Europa, la finale di Coppa delle Coppe tra Man U e Barcellona (doppietta del sublime Mark Hughes, classica vendetta dell’ex), il New Firm in Scozia e tanti altri incontri, episodi, aneddoti e giocatori da far crescere la nostalgia per il calcio che era.

I Campionati del Mondo erano l’occasione per vedere tutti quei giocatori sconosciuti, chiacchierati o attesi ed al termine di ogni edizione tanti giocatori emergenti andavano a militare in campionati più remunerativi e prestigiosi.

Passate un paio di decadi abbondanti le cose sono cambiate grazie all’ampia copertura televisiva e web dei diversi campionati e grazie anche (se non soprattutto) alla sentenza Bosman.

In soldoni, un qualsiasi appassionato può seguire stabilmente i campionati esteri apprezzandone i vari giocatori e soprattutto questi giocatori arrivano a bizzeffe nei campionati europei o si spostano liberamente all’interno di essi (se non erro, negli ultimi dieci anni dalle Americhe sono arrivati nel Vecchio Continente circa 7.000 giocatori).

Finiscono così i romanticismi e scopriamo un calcio diverso, aziendale, poco propenso al rispetto del valore storico dei club, delle loro tradizioni e delle loro radici e così cambiamo anche noi tifosi e ci scopriamo nudi, senza quell’ardore e quella fede incrollabile che tiriamo fuori solo quando si vince, finalizzati al risultato e non a come esso venga raggiunto.

Non ho mai sopportato l’inter e non ne ho mai fatto mistero, eppure 20 anni fa era una squadra rispettabile.

I 58 punti, il 6-0 a Bologna, le sabongie di Matteoli, i 26 gol di Serena e l’Uomo Ragno tra i pali oltre all’asse tedesco-argentina costituiscono numeri e ricordi scolpiti nella storia per la loro purezza, per la loro genuinità e hanno un significato immensamente maggiore dei trofei vinti a raffica negli ultimi anni, con giusto un paio di elementi in rosa a conoscere il significato di quella maglia nerazzurra ed il valore storico del club.

Eppure il tifoso non se ne cura, il passato glorioso viene cancellato da un presente vincente e poco importa il fatto che molti trofei siano giunti in modo sporco o quantomeno eticamente discutibile, conta il risultato e questo discorso vale anche per i tifosi delle altre squadre.

Il patrimonio morale del tifoso è andato perso nel corso degli anni, nei quali i club si sono disinteressati alla propria storia, trasformando il supporter in un cliente esigente e perennemente insoddisfatto, in grado di apprezzare il solo conseguimento di un risultato positivo.

Ormai i tifosi di squadre non blasonate o vincenti si stanno riducendo sempre di più e ciò non mi sorprende.

Il tifoso, quello vero, si nutre di emozioni ed è un sognatore con una fede incrollabile fino a quando il suo sogno viene alimentato ed è in questo che il calcio è cambiato in peggio.

Tolta la possibilità al Verona di turno di vincere quell’unico, fottuto, impronosticabile scudetto per poi affrontare la sfida di Davide contro Golia (al secolo: Verona – Real Madrid) si è tolta la magia del calcio, si è trasformato il tifoso da bambino sognatore ad astuto opportunista, pronto a salire sul carro dei vincitori per poter gioire di tanto in tanto.

Esistono ancora isole felici, come Bergamo, Firenze e la terra d’Albione, nelle quali i club sono ancora visti come espressioni del territorio e mantengono un legame affettivo con il tifoso, conscio di essere al contempo un cliente.

Ma il processo, irreversibile, è ormai in atto e nessuno si salverà, neppure il Rochdale ed i suoi meravigliosi tifosi, ricompensati solo quest’anno dopo 35 anni senza emozioni, pieni di calci nelle palle (come dicono i tifosi del Dale).

Abituiamoci a veder festeggiare scudetti in lingue straniere, da squadre composte quando va bene da bravi professionisti, pronti a fare le valigie nel momento in cui la loro professionalità verrà meglio retribuita o sfruttata altrove.

Il Celtic non fa eccezione, anche se le sfaccettature sono diverse.

La storia bianco verde insegna che i supporter dei Bhoys hanno sempre saputo accettare il forestiero, il protestante, il meticcio ma il problema non è culturale o razziale.

Il punto focale della questione è che forse il Celtic (per quanto sia comunque una semplice squadra di calcio, non dimentichiamolo) è il club con più storia extra sportiva (lasciando perdere le stronzate su politica e religione, mi riferisco all’orgoglio) alle spalle, la cui maglia ha un significato davvero storico e di grande caratura ed è per questo che se ne pretende(va) il massimo rispetto.

Chi giocava per il Celtic doveva avere un certo atteggiamento in campo e magari anche fuori, pregno di orgoglio.

Tutto però è cambiato negli anni e la colpa non va solamente addossata alle varie dirigenze alternatesi alla guida del club, anche i tifosi hanno fatto la loro parte.

In particolare mi riferisco a quei tifosi che hanno politicizzato una squadra di calcio e trasformato una rivalità già molto sentita in guerra di trincea aggiungendo motivazioni extracalcistiche delle quali non se ne sentiva il bisogno.

Per una insensata guerra cittadina stiamo perdendo prestigio, storia, competitività e stiamo compromettendo il futuro, non consentendo al club di pianificare le proprie strategie, rendendolo prigioniero di tifosi incapaci di accettare una sconfitta…

1 commento:

  1. Ricordo una clamorosa eliminazione alla fine degli anni 70 che l'Ajax subì dai pescatori postini e boscaioli del Lillestroem...ALTRO CALCIO, ALTRI TEMPI. Oggi non sarebbe più possibile: il denaro ha reso pure il calcio un business privato per i club straricchi dell'Europa...Il nostro, che pure vanta, come dici giustamente tu, una storia ed un fascino assolutamente unici, non sfugge a questa legge...:anonimi in Europa, leoni o quasi a casa.Chiaro che ai tifosi non rimanga che rinverdire fino all'esasperazione una rivalità che alla fine non fa altro che rinforzare le già ferree leggi dell'economia calcistica del continente: pochi soldini da spendere per sculacciare a casa i rivali...e se in Europa facciam brutte figure...pazienza...! Il cane che si morde la coda. putroppo questa è la realtà, amico mio carissimo e fratello nella fede celt! Non ci resta che auspicare un big crash dell'economia calcistica continentale che, sola , potrebbe essere in grado di spezzare il monopolio dei panciuti club straricchi, e ripristinare una par condicio tale da permettere a quelli come il nostro di riemergere dall' aurea mediocritas di adesso per ritornare ad allestire squadre degne di primeggiare fuori casa e non solo per concimare un orticello più bello di quello dei vicini rivali.hail hail mio caro fratello! Un caro abbraccio!

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